La vicenda di Wolo: il suicidio di un giovane monaco nell’abbazia di San Gallo
Tra orgoglio e inquietudine, la morte di un nobile monaco, tra peccato e redenzione

La cartina di come appariva l'abbazia di San Gallo nel IX secolo - Wikimedia
Il suicidio è un tema delicato e complesso, che l'umanità ha interpretato nei secoli in modi diversi, con differenze, talvolta sottili, filosofiche o religiose. Il pensiero cristiano, in particolare, lo rifiuta con forza, ma ciò non ne ha impedito l’esistenza, persino entro le mura di un monastero.
Siamo nell'anno 876, nell'abbazia di San Gallo in Svizzera, dove venne accolto un giovane monaco di nome Wolo, definito «assai colto». Figlio di un conte, Wolo, inquieto e instabile, era una persona per giunta orgogliosa e poco incline a sottomettersi alla disciplina monastica, nonostante le severe punizioni corporali. Questo atteggiamento non era inusuale: i monaci dell'abbazia appartenevano spesso a famiglie di alto rango, cresciuti nella libertà e nel privilegio, abituati a praticare la faida e la vendetta. Neppure la visita dei suoi genitori al monastero riuscì a trattenerlo nella disciplina per molto tempo e questi, non appena ripartirono, tornò alle sue vecchie abitudini. Una notte, il monaco Notkero raccontò di aver ricevuto la visita del diavolo, il quale gli sussurrò: «Sto per preparare una malanotte a te e ai tuoi fratelli». Notkero avvisò i confratelli la mattina seguente, ma Wolo lo derise esclamando: «I vecchi fantasticano sempre sciocchezze!».
Quella stessa giornata, Wolo doveva restare nello scriptorium, senza lasciare il chiostro come al suo solito, ma, dopo aver scritto le sue ultime parole (Incipiebat enim mori, "cominciava a morire"), lasciò il suo posto nonostante i confratelli gli chiedessero cosa stesse facendo e salì sulla torre campanaria per ammirare i campi e i monti, tentando di placare la sua inquietudine. Mentre saliva, «per impulso di Satana, come si crede», precipitò in basso, spezzandosi il collo. Sopravvisse alla caduta, ma lo stesso Wolo era consapevole della sua imminente morte: tra lacrime e gemiti, confessò i suoi peccati, dichiarando che, pur essendo colpevole di molti errori, non si era (almeno) mai unito carnalmente a una donna. Implorò quindi Notkero di pregare per lui. Il monaco acconsentì e, stringendogli la mano, pregò con lui fino a che non esalò il suo ultimo respiro, udendo come ultima cosa, le preghiere dei suoi fratelli.
Gian Carlo Alessio (a cura di), Cronache di San Gallo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 133-135.
2025-03-30