Un copricapo... da togliere al cinema

Il Tarbusc degli Ascari

Ascari d’artiglieria somala porta i gradi da Muntaz e il distintivo da puntatore scelto sul tarbusc, 1929. (Archivio fotografico MITAG - Museo Storico Italiano della Guerra)

Il tarbusc è stato l'iconico copricapo a tronco di cono in feltro rosso scuro indossato dalle truppe originarie dell'Africa Orientale che servivano nei Regi Corpi Truppe Coloniali italiani, i famosi ascari. Ereditato dalla guarnigione egiziana di Massaua e ispirato al fez ottomano, era sormontato da un caratteristico fiocco. Sebbene all'inizio fosse alto solo una dozzina di centimetri, nei primi anni del Novecento subì una modifica sostanziale: la sua altezza venne quasi raddoppiata fino a raggiungere i venti centimetri. Non si trattò di una scelta pratica, ma di un'astuta mossa d'immagine per elevare lo status sociale del soldato coloniale, equiparandolo a quello delle importanti classi agiate di Egitto e Sudan. La trovata ebbe un successo clamoroso, trasformando il tarbusc in un vero e proprio feticcio per gli ascari, in particolar modo quelli eritrei, che si rifiutavano categoricamente di separarsene. L'attaccamento a questo simbolo di orgoglio era tale che alcuni soldati, pur feriti in combattimento, arrivavano a fasciarsi la testa inglobando il cappello, oppure a rimetterselo in testa direttamente sopra le bende. Si narra persino che nel 1915 i comandi dovettero emanare un ordine formale per costringere le truppe a togliersi l'ingombrante copricapo almeno durante le proiezioni al cinema, così da non ostruire la visuale agli spettatori seduti nelle file posteriori.

Non stupisce, quindi, il malcontento generale scoppiato quando, a partire dal 1936, l'esercito decise di sostituire questo sfarzoso cappello con una ben più pratica ma anonima bustina di tela cachi. Nonostante il cambio di uniforme e l'amarezza delle truppe, la produzione da parte di aziende italiane, come il Cappellificio Cambiaghi di Monza, continuò comunque fino al 1939. A livello strutturale, il tarbusc era curato anche nei dettagli: per evitare il fastidioso contatto diretto del feltro con la pelle, l'interno era provvisto di una fascia di protezione, detta alluda, e a volte era interamente foderato. Inoltre, per restare saldo in testa non utilizzava un laccio sotto il mento (il classico sottogola, che era invece riservato solo ai reparti a cavallo e ad alcune truppe di polizia come gli zaptiè e la P.A.I.), bensì un cinturino di cuoio che passava dietro la nuca. A completare il tutto c'era il fiocco: quello fornito dall'amministrazione militare era in semplice lana, ma i soldati più vanitosi e legati all'estetica della divisa lo sostituivano spesso a proprie spese con varianti più voluminose e pregiate, magari in seta, acquistate direttamente sul mercato libero.



Bibliografia:

Davide Zendri L'Africa in deposito. Collezioni coloniali italiane nei musei Euregio, Verlag Militaria, Vienna, 2025.

Autore:

Davide Zendri

Data di pubblicazione:
2026-10-15