Il “poema della quotidianità”.
L’umile e il sublime nella Chanson de Guillaume.
Guglielmo combatte da solo contro i Saraceni. - Immagine generata con IA
Quando si parla di chansons de geste, è inevitabile che la mente corra subito alla Chanson de Roland, al suo raffinato equilibrio compositivo, al mirabile eroismo dei suoi protagonisti e ai nobili ideali di fede e lealtà che la animano. Tuttavia, non bisogna pensare che sia questo il modello a cui si attengono tutte le chansons. Sotto il sublime, spesso si nasconde l’umile. La Chanson de Guillaume è un poema epico francese composto attorno al 1140 e conservato in un unico manoscritto, prodotto in un ambiente culturale anglo-normanno. La storia è incentrata sullo scontro armato presso la piana dell’Archamp tra i Saraceni e il prode cavaliere Guglielmo d’Aquitania, figura storicamente attestata e legata a Ludovico il Pio. In realtà, nella prima parte del poema non è Guglielmo a combattere, bensì la generazione più giovane dei guerrieri francesi, con in testa il coraggioso Viviano, nipote di Guglielmo. Morti valorosamente in battaglia pressoché tutti i giovani, Viviano compreso, Guglielmo è costretto a impegnarsi nel conflitto e, con l’aiuto del gigante Rainouart, riesce a sbaragliare l’esercito degli infedeli. Ciò che colpisce il lettore è come il poema restituisca un’immagine della guerra ben diversa da quella a cui la poesia epica ci ha abituati. Nella Chanson de Guillaume i comandanti non offrono alle proprie truppe discorsi infarciti di retorica ciceroniana, né i suoi eroi rasentano lo status di creature semi-divine. Al contrario, vengono minuziosamente descritte la fatica, l’arsura, la fame, la sete, ma anche la paura, la disperazione, le reazioni naturali del corpo di fronte al terrore: non è solo il sangue dei nemici a ricoprire i guerrieri, ma anche i propri escrementi. In una scena memorabile, il giovane Girard, spossato dalla stanchezza, anti-eroicamente arriva a gettare via la lancia, lo scudo, l’elmo, e finisce per usare la spada come bastone per appoggiarsi nella sua lunga marcia a piedi sotto il sole cocente. Un “poema della quotidianità”, dunque, che si rifiuta di edulcorare ciò che realmente doveva essere l’esperienza di andare in guerra ai tempi dei Carolingi.
A. Fassò (a cura di), La Canzone di Guglielmo, Carocci, Roma 2007.
Marco Vittorio Pezzolo
11/03/2026