ARTICOLO DEL GIORNO

22/06/2026

La grande deportazione di Stalin nel Caucaso

Storia di una pulizia etnica nascosta dall'Unione Sovietica

Durante la Seconda guerra mondiale, Stalin ordinò la deportazione di centinaia di migliaia di persone originarie del Caucaso settentrionale, in gran parte Ceceni e Ingusci. Essi furono accusati indiscriminatamente di collaborazionismo con i tedeschi e furono sottoposti ad una deportazione che quasi li eliminò dall'esistenza. Una famiglia di Ceceni deportati in Kazakhstan. Wikimedia Commons

Il Caucaso è una regione geografica in gran parte montuosa situata tra il Mar Nero e il Mar Caspio; la parte nord è abitata quasi esclusivamente da popoli di fede musulmana, chiamati anche "montanari" per via delle imponenti montagne ove vi abitano, che per secoli furono una fortezza naturale contro i nemici. Nel corso dell'Ottocento, la Russia zarista riuscì progressivamente a conquistare quest'area malgrado la strenua resistenza dei montanari locali; questo, però, non eliminò del tutto il loro desiderio di indipendenza. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale e la seguente Rivoluzione bolscevica, essi cercarono di creare un proprio Stato che li unisse sotto la comune fede musulmana. Tuttavia, questo non fermò l'Armata Rossa, che riuscì a conquistare l'intero Caucaso e che nell'area settentrionale creò diverse repubbliche e regioni autonome inserite nella neonata Repubblica Socialista Sovietica Russa, ciascuna etnicamente e linguisticamente disomogenea nel tentativo (rivelatosi poi vano) di impedire eventuali rivolte. Per anni, i popoli del Caucaso settentrionale continuarono comunque a lottare contro il Cremlino, motivati anche dalla politica antireligiosa, dalla collettivizzazione forzata e dalle repressioni imposte da Mosca. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, alcuni montanari del Caucaso scelsero di appoggiare l'invasione tedesca dell'URSS, sperando così di liberare la propria patria. Anche se la maggioranza dei loro compatrioti restò fedele a Mosca, Stalin scelse comunque di cogliere l'occasione per "risolvere la questione del Caucaso settentrionale" per sempre: così, nel febbraio del 1944, diede inizio ad una massiccia deportazione dei popoli indigeni, fra cui Ceceni, Ingusci, Karachay e Balcari, che furono esiliati in Asia centrale o in Siberia. Molti morirono durante o dopo il viaggio, oppure a causa di massacri indiscriminati compiuti dalle stesse autorità sovietiche, che abolirono le repubbliche e le regioni autonome abitate dai membri di queste popolazioni. Meno della metà sopravvisse alla deportazione e fu solo nel 1957, sotto Khrushchev, che essi poterono tornare nelle loro case, le quali erano state però quasi tutte occupate da coloni slavi; fu solo il rigido controllo sovietico ad impedire la nascita di un conflitto etnico tra i coloni e i montanari del Caucaso. La deportazione operata da Stalin lasciò una ferita profonda nella coscienza nazionale dei popoli colpiti, specie presso Ingusci e Ceceni, che lo considerano come un atto di genocidio.



Bibliografia:

Aldo Ferrari, Breve storia del Caucaso, Carocci, 2007.

Aldo Ferrari, Russia. Storia di un impero eurasiatico, Mondadori, 2024.

Alessio Trovato, I popoli del Gulag. Strategia etnica del regime stalinista, Prospettiva Editrice, 2008.

Jeronim Perović, From Conquest to Deportation: The North Caucasus under Russian Rule, C Hurst & Co Publishers Ltd, 2018.

Autore:

Saluzzo Marco

Data di pubblicazione:
22/06/2026