La tattica tedesca dell’infiltrazione nella battaglia di Caporetto
Un nuovo metodo di conduzione dell’attacco alle trincee nemiche conduce le truppe tedesche e austriache a una strepitosa vittoria contro l’esercito italiano
Sturmtruppen, le truppe d'assalto austro tedesche in azione sul fronte dell'Isonzo -Wikimedia-
La disfatta di Caporetto del 1917 è rimasta nella memoria collettiva italiana come la sconfitta per antonomasia. Subito dopo la battaglia in cui le truppe austro-tedesche sfondarono il fronte, iniziò la caccia ai colpevoli. Il generalissimo Cadorna accusava di codardia le truppe che, sobillate dai socialisti, si erano arrese senza combattere, mentre i colleghi generali del Regio esercito si rimpallavano responsabilità tattiche sull’errato uso delle artiglierie e sul posizionamento dei reparti; infine la commissione di inchiesta sottolineò anche i metodi inumani di conduzione dell’esercito fino ad allora adottati, che avevano compromesso il morale dei soldati. In tutto questo bisogna anche osservare i meriti del nemico che attaccò il nostro fronte nell’area di Caporetto usando una nuova tattica, quella dell’ “infiltrazione”. Diversamente dai nostri reparti, le truppe tedesche, e per imitazione anche quelle austriache, avevano sviluppato un metodo di attacco che non prevedeva più il semplice assalto frontale alle trincee nemiche da parte di una grossa massa d’urto di uomini, ma piuttosto l’azione mirata di piccoli reparti, cosiddetti “sturmtruppen”, fortemente addestrati e muniti di mitragliatrici trasportabili. Questi reparti avevano il compito di sfruttare i varchi nel fronte nemico creati dal bombardamento, forniti dalla natura del terreno o dalla nebbia, per infiltrarsi nelle linee nemiche, aggirarle e colpirle di sorpresa con le mitragliatrici dai fianchi o alle spalle. Se un caposaldo nemico continuava a resistere, queste truppe avevano l’ordine di non insistere a oltranza nella sua conquista, ma di proseguire nell’avanzata fino ai centri di comando nemici in modo da provocarne la fuga e lasciare i reparti avversari privi di ordini. In questo modo anche dove inizialmente il nemico resisteva, con l’avanzare della penetrazione, esso si sarebbe trovato presto circondato e costretto ad arrendersi. In questo modo furono forzati alla resa molti reparti italiani che avevano retto l’urto iniziale. Questa innovazione tattica era favorita dall’elevato livello di autonomia lasciato agli ufficiali dei piccoli reparti nell’esercito tedesco, autonomia che invece era assolutamente assente nell’esercito italiano, nel quale le pur presenti specifiche truppe d’assalto, i cosiddetti “arditi”, erano ancora usate solo per azioni mirate, particolarmente rischiose e non per le grandi offensive di sfondamento. L’evoluzione tattica che valse la vittoria alle forze degli imperi centrali venne fatta propria in breve un po’ da tutti gli eserciti, compreso quello italiano.
Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, Roma-bari 2017.
17/07/2026