La spada di Roma
La speranza che rifulge dopo il disastro
Annibale contempla il corpo di Marcello - immagine generata con IA
Nella memoria collettiva, la riscossa romana durante la seconda guerra punica è indissolubilmente legata alla figura di Publio Cornelio Scipione. Tuttavia, prima dell’ascesa del futuro Africano, le speranze di Roma erano riposte in Marco Claudio Marcello, che Tito Livio definiva significativamente “la spada di Roma”.
Membro della gens patrizia dei Claudii, Marcello ottenne il suo primo consolato nel 222 a.C., distinguendosi nella battaglia di Clastidium (l’odierna Casteggio), dove sconfisse i Galli Insubri e, secondo la tradizione liviana, uccise in duello il comandante gallico Viridomaro, guadagnandosi le spoliae opimiae - ovvero l'armatura e le armi del nemico ucciso - e il trionfo.
Durante la guerra annibalica, nel 215 a.C., gli fu affidata la difesa di Nola e del Meridione campano, riuscendo a respingere parte delle forze cartaginesi, indebolite dopo gli ozi di Capua. Livio descrisse questa vittoria in termini encomiastici, sebbene essa non risultò decisiva sul piano strategico; fra parentesi, la continua ammirazione liviana nei confronti di Marcello potrebbe spiegarsi attraverso due chiavi di lettura: un tentativo di captatio benevolentiae nei confronti dei Claudii presenti nella famiglia di Augusto, soprattutto Tiberio, e un ben noto sentimento filorepubblicano dell'autore.
Nel suo terzo consolato, Marcello fu inviato in Sicilia per reprimere la ribellione di Siracusa, alleatasi con i Cartaginesi dopo il disastro di Canne (216 a.C.). L’assedio, durato due anni, si concluse con la caduta della città nel 212 a.C. Le fonti, in particolare Livio e Plutarco, insistono sulla figura di un Marcello ammiratore della cultura greca, rattristato per le distruzioni da lui stesso inflitte; pare inoltre che egli avesse dato ordine di risparmiare Archimede, il quale, non riconosciuto da un legionario, venne assassinato; Marcello mise a morte il soldato.
Negli anni successivi a Canne, Marcello si era premurato, al pari di altri duces romani, di evitare scontri diretti contro Annibale in Italia, conscio del suo genio tattico. Ma egli non poté frenare a lungo il suo furor bellico e ciò gli si rivelò infine fatale: nel 209 a.C., in qualità di proconsole, tentò di sorprendere Annibale nei pressi di Venusia (oggi Venosa), ma fu egli stesso colto di sorpresa. L’armata romana venne annientata e Marcello cadde in battaglia. Polibio biasimò il proconsole poiché, secondo lui, la sconfitta era da imputare ad auspici negativi ignorati dal nostro. Annibale, in segno di rispetto per il valoroso avversario, ne fece cremare il corpo e restituì le ceneri al figlio.
Plutarco, "Vite Parallele - Pelopida e Marcello", published by Bur-Rizzoli, 1998.
Polibio, "Storie", book VIII published by Bur-Rizzoli, 1984.
Tito Livio, "Ab Urbe condita", books XXVI-XXVII published Bur-Rizzoli, 1986.
G. Brizzi, "Scipione e Annibale - la guerra per salvare Roma", published by Laterza, 2009.
G. Brizzi, "Io, Annibale. Memorie di un condottiero", published by Laterza, 2021.
16/06/2026