Lapalissiano
Origine di un termine
Illustrazione di Jacques de La Palice a cavallo - wikicommons
Lapalissiano. Quante volte abbiamo sentito, nelle più svariate conversazioni quotidiane, questo termine complesso ed a tratti quasi ridicolo. Ma da dove prende origine? Partiamo dal significato: con lapalissiano indichiamo una ovvietà, un qualcosa che è certamente così come deve essere, il cui suo essere ovvio e scontato rende quasi ridicolo sottolinearlo.
Storicamente la parola lapalissiano deve il suo nome, e come vedremo il suo significato, a Jacques de La Palice (1470 - 1525): militare francese, maresciallo di Francia e signore di La Palice. De La Palice, oltre che un militare di primo livello ammirato e conosciuto in tutta la Francia, ricoprì anche il ruolo di guardia personale del re Francesco I durante la battaglia di Pavia del 1525, scontro nel quale lo stesso re fu fatto prigioniero dagli spagnoli di Carlo V e battaglia che vide contrapposte generazionalmente la mentalità medievale dell'uso della cavalleria (quella francese) ancora come arma principale sui campi di battaglia contro le nuove armi da fuoco (cannoni ed archibugi spagnoli) rinascimentali.
Jacques de La Palice, nel tentativo di difendere il suo re - disarcionato da cavallo e attaccato dei fanti spagnoli - venne atterrato dal fuoco degli archibugi spagnoli e, impacciato a muoversi per la pesante armatura, venne fatto prigioniero: "[...]Vecchio com'era cercò di combattere a piedi; ma Castaldo, Luogotenente del Pescara, lo fece prigioniero[...]".Venne ucciso in una ridicola disputa tra il Luogotenente italiano ed uno spagnolo su chi dei due avesse il merito del riscatto di La Palice: "[...] il Buzarto con una archibugiata gettò morto il Maresciallo di Chabannes dicendo: «ebbene non sarà dunque né mio né tuo!».
La vedova di La Palice, una volta riavuto il corpo del marito finita la guerra lo fece seppellire con questo epitaffio: Ci-gît Monsieur de La Palice. Si il n'était pas mort, il ferait encore envie ("Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia"). Tuttavia col tempo alcune lettere si rovinarono e farebbe divenne "sarebbe" e invidia "in vita" tramutando una eroica scritta in una ridicola presa in giro: "se non fosse morto, sarebbe ancora in vita"; frase che diede vita al detto usato ancor'oggi per indicare una ovvietà.
Dante Zanetti, Vita, morte e trasfigurazione del Signore di Lapalisse, Bologna, Il Mulino, 1992
Luigi Casali, Marco Galandra, La battaglia di Pavia 24 febbraio 1525, G. Iuculano, 1999
Marco Locatelli, laureando in Scienze Storiche presso Unimi
26/06/2026