Un litigio tra toscani
Una nota di colore sul caso Galileo Galilei
I toscani sono noti in Italia per essere tra loro particolarmente litigiosi e animati da rivalità cittadine. Ovviamente, non è possibile leggere il complesso caso della condanna a Galileo Galilei in un'ottica di mero campanilismo regionale. Tuttavia, è curioso osservare come Galileo e i suoi principali nemici nella Chiesa fossero tutti toscani, per di più provenienti da città diverse. "Galileo di fronte all'Inquisizione" di Cristiano Banti (1824-1904). - Commons Wikimedia.
“Ci sono un senese e un fiorentino che se la prendono con un pisano…”. Quello che potrebbe apparire come l’incipit di una barzelletta o di una storiella campanilistica, è in realtà un modo alternativo di raccontare il caso Galilei. Di questa vicenda storica si è detto moltissimo, ma quasi mai si è fatto notare un curioso dettaglio: i tre protagonisti della vicenda sono tutti toscani.
Vi è anzitutto Galileo. Nato a Pisa nel 1564, dopo gli studi ottenne la cattedra di matematica all’Università di Pisa e in seguito si trasferì a Padova per la possibilità di triplicare il suo stipendio. Nonostante ciò, il Veneto non faceva per lui, e alla prima occasione tornò in Toscana. Nel 1610 fu infatti chiamato a Firenze dai Medici come matematico e astronomo di corte. Fu proprio a Firenze che cominciò a mettersi nei guai, tentando di dimostrare la veridicità della teoria copernicana, fino ad allora insegnata solo come un’ipotesi utile a fare calcoli.
Il secondo dei toscani coinvolti è il cardinale Roberto Bellarmino, nativo di Montepulciano, vicino a Siena. Ammesso nei gesuiti, divenne presto uno dei più abili polemisti e teologi dell’ordine. Bellarmino rappresentava l’ala più conservatrice della Chiesa di allora. Sosteneva infatti che la teologia fosse la regina delle scienze e che tutte le altre discipline dipendessero da quest’ultima. Tendeva inoltre a interpretare letteralmente le Sacre Scritture. Galileo non fu la sua prima illustre vittima: già nel 1599 infatti aveva contribuito a condannare al rogo Giordano Bruno. Nel 1616, dopo averlo convocato a Roma, impose a Galileo di smettere di sostenere il copernicanesimo come verità fisica. Morì pochi anni dopo, nel 1621.
L’ultimo toscano protagonista è addirittura un papa: Maffeo Barberini. Proveniente da una nobile famiglia fiorentina, divenne pontefice nel 1623 col nome di Urbano VIII. Il suo pontificato fu caratterizzato da un forte mecenatismo verso artisti, letterati e scienziati Questo clima illuse Galileo di poter ritentare, nonostante la proibizione, di dimostrare la teoria copernicana. Nel 1632 pubblicò, in volgare fiorentino, il suo Dialogo sopra i Massimi Sistemi. Fu un grave errore. Urbano VIII infatti si infuriò, convinto che Galileo volesse prenderlo in giro, mettendo le teorie aristoteliche da lui sostenute in bocca a Simplicio, uno sciocco personaggio del Dialogo.
Nel 1632 dunque il papa convocò Galileo a Roma, facendolo processare e abiurare. Quantomeno, gli fu concessa la possibilità di passare gli arresti domiciliari, e i suoi ultimi anni di vita, in una villa ad Arcetri, nella sua amata Toscana.
Galileo Galilei, Antologia di testi, edited by Michele Camerota, Carocci Editore, 2017.
Leone Buggio, studente magistrale in "European History" presso l'Università degli Studi Roma Tre e l'Université Paris Cité
01/07/2026