L'Appendix Probi
Una magnifica fonte che ci racconta l'origine dell'italiano
Riproduzione dell'Appendix Probi - Wikimedia
Durante gli studi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado la nostra lingua ci viene proposta come una diretta derivazione della lingua latina. Quest'ultima, sempre durante gli stessi cicli di studi, ci viene a sua volta proposta come un oggetto monolitico dalle sembianze fisiche e stilistiche dei grandi scritti di Cicerone, Ovidio e Virglio, come se non fosse mai cambiata. Il passaggio da latino a italiano viene riassunto in una magica metamorfosi delle parole dalle versioni antiche di esse, che venivano usate dagli antichi romani, alle loro corrispettive che utilizziamo noi contemporanei nella vita di tutti i giorni, ma non è proprio così.
La storia della lingua italiana non è una delle cose più facili da ricostruire, proprio perchè è oscura per la maggior parte del suo decorso, in quanto la vera radice di essa non è il latino classico - la stessa parola classico introduce a un concetto di classe e quindi di situazione sociale elevata di chi la utilizzava - ma bensì il latino volgare parlato appunto dal vulgus, dal popolo. Le parole che componevano questa lingua non codificata e normativizzata in nessuna grammatica non sono esattamente riportate in nessun testo scritto.
Per questo la possibilità che noi abbiamo di consultare la fonte primaria, datata tra il III e il V Secolo d.C., chiamata Appendix Probi, dal nome dello Pseudo Probo che firma il documento, è un qualcosa di fondamentale e molto prezioso. In essa sono annotate le considerazioni di un grammatico del latino classico su alcune espressioni volgari reputate per il suo punto di vista corrotte ed errate. Questo concetto viene espresso secondo uno schema di confronto tra espressione sbagliata e corrispettivo giusto classico. Per esempio abbiamo la parola volgare "calda" che viene corretta con la classica "calida", la parola volgare "colomna" che viene corretta con "columna" e la parola "pecten" che viene corretto in "pectinis" (ovvero pettine).
Quello che ci salta subito all'occhio è la sbalorditiva somiglianza delle parole facenti parte della lingua volgare con il linguaggio che tutt'ora noi utilizziamo, testimoniando un chiaro rapporto genealogico diretto della nostra lingua con il latino volgare e non con il latino classico. Insomma, l'italiano non è figlio della lingua prestigiosa con cui scriveva Cicerone o Virgilio. Noi italiani parliamo una lingua che è diretta conseguenza della lingua che questi poeti utilizzavano tutti i giorni per parlare con amici e parenti, di un linguaggio molto più popolare e per questo molto più animato nelle trasformazioni.
Pietro Trifone, Emiliano Picchiorri, Giuseppe Zarra; L'italiano nella storia, Lingua d'uso e cultura; Mondadori education, Milano, 2023.
07/08/2026