Il primo dopoguerra socialista
Come l'Italia fu in pugno al Partito Socialista Italiano
Operai armati occupanti una fabbrica a Milano nel settembre 1920 - Wikimedia
Ciò che storiograficamente chiamamo "Biennio rosso" ha questa denominazione per motivazioni ben precise. Per il biennio 1919-1920, infatti, tutta la Penisola italiana appariva capillarmente controllata, specialmente la parte settentrionale, da una fitta rete di sindacati, leghe contadine/operaie e amministrazioni comunali direttamente controllate dal Partito Socialista Italiano. La maggior parte delle volte questa massiccia influenza politica socialista portò ad ingerenze enormi, ingiustificate e controproduttive sugli apparati produttivi di alcune regioni e negli affari delle aziende private.
L'arma principale dell'organizzazione politica socialista del primo dopoguerra era lo sciopero, utilizzato anch'esso in maniera massiccia e come strumento di pressione per far accettare ai proprietari e dirigenti di azienda condizioni anche enormemente svantaggiose dal loro punto di vista. Le occupazioni degli edifici industriali erano sempre accompagnate da milizie armate di operai, che permettevano una difesa contro i tentativi della forza pubblica di sciogliere lo sciopero, ma anche un diffuso intimorimento vissuto dai civili e l'accumularsi della paura verso una possibile guerra civile.
Per capire appieno questi sentimenti dobbiamo tenere conto della situazione di violenza diffusa che andava formandosi in Italia con il ritorno dei reduci dal fronte. Questi, dopo essersi organizzati in varie modalità a seconda del proprio indirizzo politico, avevano cominciato a portare nelle strade ciò che prima veniva discusso solo in Parlamento e deciso alle urne. L'impatto del Partito Socialista in questo teatro politico post-bellico fu decisamente fuori da qualsiasi schema o previsione, con gli iscritti che passarono dai 23.000 del 1918 ai 200.000 del 1920, mentre quelli del sindacato socialista CGdL passarono dai 250.000 ai 2.150.000 del 1920.
Questi numeri, uniti alla maggioranza in Parlamento e nelle amministrazioni comunali del paese, dipingono un teatro politico italiano che, anche per moltissimi dei contemporanei ai fatti, si avvicinava a un'espansione della rivoluzione bolscevica nel territorio nazionale. L'unica cosa che ha potuto fermare l'avvenire di ciò furono, in verità, solamente le divisioni interne alle sinistre stesse, con i vari massimalisti, riformisti ed anarchici che evitarono di fare fronte comune contro le altre forze politiche. A dare il colpo di grazia fu poi la sconfitta dell'Armata rossa in Polonia, la quale portò un senso di smarrimento nelle compagini comuniste di tutta Europa e un apertura all'azione per tutti gli schieramenti anticomunisti.
Emilio Gentile, E fu subito regime, il fascismo e la marcia su Roma, Editori Laterza, Roma-Bari, 2012.
13/08/2026