Una doppia umilizione coloniale
Il trattato di Uccialli e la battaglia di Adua
Dipinto della battaglia di Adua prodotta da un artista etiope negli anni '40. Tra le file dell'esercito etiope sono visibili anche il negus negesti (il re dei re) Menelik II e sua moglie, l'imperatrice Taitù Batùl, che comandò personalmente un reparto di cannonieri. Mentre dagli italiani la battaglia di Adua è ricordata come un'umilianzione, nella storia etiope e africana in generale è celebrata come un momento decisivo nella storia dell'anti-colonialismo. - Commons Wikimedia.
Dopo aver annesso i porti di Assab e Massaua e occupato la città di Asmara, nel 1890 il regno d’Italia proclamò la nascita della colonia dell’Eritrea. L’imperialismo italiano nella zona si scontrò subito con il confinante Impero Etiopico, assieme alla Liberia l’unico stato africano ancora indipendente. Questo era un impero multietnico e feudale, governato da una serie di feudatari, detti ras, più o meno dipendenti da un sovrano, il negus negesti. Questi era allora Menelik II, un sovrano deciso a modernizzare il proprio paese e difenderne l’indipendenza. Inizialmente gli italiani, consapevoli della loro debolezza militare, tentarono di imporsi sul vicino tramite la diplomazia: nel 1889 infatti fu siglato con il governo etiope il trattato di Ucciali, il cui contenuto divergeva a seconda della versione. Gli italiani infatti volevano ingannare il negus: mentre nella versione in lingua amarica si diceva semplicemente che l’Impero Etiopico poteva affidarsi all’Italia come mediatore per la politica estera, nella versione in italiano era scritto che il negus accettava l’Italia come proprio rappresentante nei rapporti con gli altri stati, di fatto cedendogli la propria sovranità. L’anno dopo Menelik se ne accorse e sfigurò l’immagine dell’Italia denunciando agli altri sovrani europei, in primis la regina Vittoria, l’inganno subito. Il trattato di Ucciali aveva dunque sortito l’effetto opposto, rinforzando l’immagine di Menelik a danno dell’Italia. Gli italiani comunque non accettarono di abrogarlo, e negli anni successivi si susseguirono numerosi scontri alla frontiera tra la colonia dell'Eritrea e l’Impero Etiopico, fino ad arrivare, nel 1896, alla decisiva battaglia di Abba Carima, successivamente nota come battaglia di Adua. Avvenne che l’esercito coloniale, composto da circa 10 mila soldati italiani e 7 mila ascari reclutati in Eritrea e nel Tigré, furono annientati dagli oltre 100 mila guerrieri dell’esercito etiope. La sconfitta ridimensionò fortemente le ambizioni italiane sul Corno d’Africa e rappresentò per molto tempo la più grande umiliazione subita da un esercito europeo in Africa. Essa causò inoltre la caduta del governo Crispi e la definitiva abrogazione del trattato di Uccialli, gettando anche un forte discredito sull’esercito. A tal proposito, a fine ‘800 Gaetano Salvemini scrisse “(Bisogna) non dar pretesto a reazioni con moti inconsulti, e preparare la rivoluzione vera, e non la rivolta, buona soltanto a far guadagnare medaglie agli scappati da Adua”, riferendosi alle decorazioni ricevute dai generali italiani che reprimevano i moti popolari.
Francesco Filippi, Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri, 2021
25/05/2026