I processi alle vestali
Il sacro al servizio della lotta politica
Processo alle vestali, immagine creata con IA
La Roma tra il 114 e il 113 a.C. era dilaniata dalle nascenti lotte civili e dal timore per le imminenti migrazioni — e invasioni — dei Cimbri e dei Teutoni; inoltre, era da poco terminata l’esperienza dei Gracchi, i cui effetti si riflettevano nei poteri dell’ordine equestre, il quale poteva rappresentare un contraltare al potere della nobilitas. In questo clima fiorì dunque un certo fanatismo e una maggiore attenzione ai presunti presagi, che vennero sfruttati dalle parti politiche in lotta, le quali compresero come il campo religioso potesse diventare una valida alternativa a quello civile, sebbene a Roma i due ambiti fossero strettamente intrecciati.
I primi a sferrare il colpo furono gli optimates nel 114 a.C.: lo schiavo Manio, forse manovrato da costoro, accusò le vestali Emilia, Licinia e Marcia di incestum, cioè di delitto contro la religione e la morale sessuale; nel caso specifico, di aver violato il loro voto di castità. Una vestale, infatti, era tenuta a mantenersi illibata per l’intera durata del sacerdozio, corrispondente a trent’anni, pena la sepoltura da viva. Quanto al loro presunto seduttore, questi venne individuato nel cavaliere Veturio, il che porta a supporre un attacco all’ordine equestre, in lotta contro l’oligarchia per il controllo dei tribunali. Il pontefice Dalmatico, benché di parte optimate, dovette intuire la pretestuosità delle accuse, ma, a differenza degli altri imputati, non poté salvare Emilia, che venne condannata e sepolta viva.
Ciò non soddisfò né parte della plebe né le frange conservatrici che, tramite il tribuno Peduceo, ridussero il potere del pontefice e, l’anno successivo, riaprirono il caso: nonostante la perorazione difensiva di Lucio Licinio Crasso, parente di Licinia e massimo oratore dell’epoca, questa volta tutti gli imputati furono condannati e giustiziati; le consorelle di Emilia furono anch’esse inumate vive, mentre Veturio venne frustato a morte.
La condanna, tuttavia, non placò gli animi suscettibili della plebe, per cui si ritenne opportuno procedere al sacrificio umano di due coppie — probabilmente di schiavi — di Galli e Greci, ultimo rito documentato di questo genere a Roma, onde placare l’ira degli dèi per il sacrilegio. Un tale sacrificio era già stato effettuato durante le fasi più dure della seconda guerra punica, ma il clima generatosi in quegli anni spinse il senato, nel 97 a.C., a rendere ufficialmente illegali i sacrifici umani. Tuttavia, fino all’età imperiale, vi furono ancora processi alle vestali ed eventuali inumazioni, non considerati sacrifici umani ma atti riparatori di un'onta.
Aulo Gellio, Notti Attiche, edito UTET, Torino, 2017.
Cicerone, Bruto, edito Bur-Rizzoli, Milano, 1995.
Plutarco, Questioni romane, edito Bur-Rizzoli, Milano, 2008.
Gusso M., I processi alle Vestali accusate di violazioni dei loro doveri sacrali, Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, 2003.
09/09/2026