I “rimborsi” gonfiati dei cavalieri medievali
Un sistema illecito di frodi ai danni del pubblico basato sulle false dichiarazioni dei danni subiti in battaglia, in modo da gonfiare il risarcimento dovuto dal Comune
Nobili cavalieri nell'Italia del XIII secolo all'atto di richidere al proprio comune il risarcimento per i danni subiti in battaglia, reali o fittizzi che siano. In particolare la perdita delle proprie costosissime cavalcature - Immagine generarata da IA.
Da sempre la guerra può mettere in ginocchio i bilanci degli stati e dei privati, dando però adito anche a frodi e speculazioni. Nel XIII secolo nei comuni italiani, le spese per l’armamento erano a carico del singolo cittadino, ma il risarcimento per eventuali danni all’equipaggiamento in guerra avveniva a spese del Comune. Nelle fonti dell’epoca si chiamava “emendatio” e riguardava non solo i danni all’armamento, ma soprattutto gli infortuni o la perdita dei costosissimi cavalli da guerra. Per i nobili cavalieri si trattava di un vero e proprio paracadute sociale: infatti questo meccanismo assicurava al cavaliere le risorse per comprare un altro cavallo e mantenere il suo status. Tuttavia, questi risarcimenti, che andavano dunque a principale vantaggio dei nobili che combattevano a cavallo e già per questo erano potenzialmente invisi al popolo, si prestavano a facili frodi e speculazioni nel momento in cui le procedure di risarcimento erano inizialmente gestite da esponenti della nobiltà stessa. Un cavaliere poteva gonfiare artificiosamente il valore di un animale perso in battaglia per lucrare sul rimborso, oppure poteva farsi risarcire la morte naturale del proprio destriero mentendo sul fatto che fosse morto in guerra, venendo in tutto questo coperto da propri parenti o amici incaricati della stima del risarcimento. Considerando le cifre esorbitanti che queste spese potevano raggiungere in periodo bellico, non c’è da stupirsi che le emergenti istituzioni del Popolo abbiano lottato per arginare questo fenomeno. In primo luogo, alcuni comuni istituirono un tetto al risarcimento per la perdita di un cavallo. Si tentò poi di evitare le frodi istituendo in anticipo elenchi di tutti i destrieri con il rispettivo valore e di verificare con più attenzione che il cavallo fosse effettivamente divenuto inservibile alla guerra. Il vero nodo della questione era però, come venne fatto in numerose città, togliere all’aristocrazia il monopolio nella gestione di questi rimborsi, affiancando ai suoi ufficiali maniscalchi di estrazione popolare, meno inclini a compiacere i nobili. Tuttavia, anche con l’introduzione di controlli più severi e la diminuzione delle frodi, le spese per i risarcimenti dei danni di guerra dei cavalieri continuarono a costituire una spesa enorme per le casse comunali, la quale poteva essere sostenuta solo con delle tasse speciali chiamate “collette”. Proprio una più equa distribuzione di queste imposte divenne allora una delle principali rivendicazioni del Popolo.
Jean-Claude Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini. Guerra. Conflitti e società nell’Italia comunale, il Mulino, Bologna 2004, pp. 175-205
11/04/2026