ARTICOLO DEL GIORNO

01/07/2026

Un litigio tra toscani

Una nota di colore sul caso Galileo Galilei

I toscani sono noti in Italia per essere tra loro particolarmente litigiosi e animati da rivalità cittadine. Ovviamente, non è possibile leggere il complesso caso della condanna a Galileo Galilei in un'ottica di mero campanilismo regionale. Tuttavia, è curioso osservare come Galileo e i suoi principali nemici nella Chiesa fossero tutti toscani, per di più provenienti da città diverse. "Galileo di fronte all'Inquisizione" di Cristiano Banti (1824-1904). - Commons Wikimedia.

“Ci sono un senese e un fiorentino che se la prendono con un pisano…”. Quello che potrebbe apparire come l’incipit di una barzelletta o di una storiella campanilistica, è in realtà un modo alternativo di raccontare il caso Galilei. Di questa vicenda storica si è detto moltissimo, ma quasi mai si è fatto notare un curioso dettaglio: i tre protagonisti della vicenda sono tutti toscani. 

 

Vi è anzitutto Galileo. Nato a Pisa nel 1564, dopo gli studi ottenne la cattedra di matematica all’Università di Pisa e in seguito si trasferì a Padova per la possibilità di triplicare il suo stipendio. Nonostante ciò, il Veneto non faceva per lui, e alla prima occasione tornò in Toscana. Nel 1610 fu infatti chiamato a Firenze dai Medici come matematico e astronomo di corte. Fu proprio a Firenze che cominciò a mettersi nei guai, tentando di dimostrare la veridicità della teoria copernicana, fino ad allora insegnata solo come un’ipotesi utile a fare calcoli.

 

Il secondo dei toscani coinvolti è il cardinale Roberto Bellarmino, nativo di Montepulciano, vicino a Siena. Ammesso nei gesuiti, divenne presto uno dei più abili polemisti e teologi dell’ordine. Bellarmino rappresentava l’ala più conservatrice della Chiesa di allora. Sosteneva infatti che la teologia fosse la regina delle scienze e che tutte le altre discipline dipendessero da quest’ultima. Tendeva inoltre a interpretare letteralmente le Sacre Scritture. Galileo non fu la sua prima illustre vittima: già nel 1599 infatti aveva contribuito a condannare al rogo Giordano Bruno. Nel 1616, dopo averlo convocato a Roma, impose a Galileo di smettere di sostenere il copernicanesimo come verità fisica. Morì pochi anni dopo, nel 1621.

 

L’ultimo toscano protagonista è addirittura un papa: Maffeo Barberini. Proveniente da una nobile famiglia fiorentina, divenne pontefice nel 1623 col nome di Urbano VIII. Il suo pontificato fu caratterizzato da un forte mecenatismo verso artisti, letterati e scienziati Questo clima illuse Galileo di poter ritentare, nonostante la proibizione, di dimostrare la teoria copernicana. Nel 1632 pubblicò, in volgare fiorentino, il suo Dialogo sopra i Massimi Sistemi. Fu un grave errore. Urbano VIII infatti si infuriò, convinto che Galileo volesse prenderlo in giro, mettendo le teorie aristoteliche da lui sostenute in bocca a Simplicio, uno sciocco personaggio del Dialogo.

 

Nel 1632 dunque il papa convocò Galileo a Roma, facendolo processare e abiurare. Quantomeno, gli fu concessa la possibilità di passare gli arresti domiciliari, e i suoi ultimi anni di vita, in una villa ad Arcetri, nella sua amata Toscana.



Bibliografia:

Galileo Galilei, Antologia di testi, edited by Michele Camerota, Carocci Editore, 2017.

 

Autore:

Leone Buggio, studente magistrale in "European History" presso l'Università degli Studi Roma Tre e l'Université Paris Cité

Data di pubblicazione:
01/07/2026