L'ultimo imperatore pagano
Giuliano l'apostata e il sogno di un impero romano-ellenico
Giuliano L'Apostata - Wikimedia Commons
"So di essere consapevole di non avere affatto, né di possedere per natura né di aver acquisito in seguito, alcuna qualità eminente, fuorché l'amore per la filosofia". Così diceva di sé, in una lettera al filosofo Temistio, l'imperatore romano Giuliano detto l'Apostata (331-363). Nipote di Costantino I, dal quale scappò per evitare la congiura che l'imperatore aveva ordito contro i suoi parenti, Giuliano venne educato fin da ragazzo al Cristianesimo, studiò a Roma, per poi convertirsi al paganesimo e abbracciare il sapere dei grandi filosofi del passato, vivendo così di fatto da pagano in un impero, quello romano, ormai sempre più improntato verso al culto del cristiano, a discapito degli antichi dèi e delle antiche credenze.
Elevato al rango di "Cesare" nel 355 fu mandato, seppur con poteri limitati, ad amministrare la remota provincia della Gallia, nella quale riuscì comunque a distinguersi per un buon governo. I suoi successi militari e politici lo convinsero poi a ribellarsi all'imperatore Costanzo, il quale lo aveva mandato in Gallia in realtà per fargli "trovare la morte sotto la porpora [colore abito da Cesare]", riuscendo a farsi acclamare imperatore unico nel 361. Giuliano, secondo gli insegnamenti dei grandi filosofi classici, condannava il governo fondato sul diritto ereditario e dispotismo, dove un solo cittadino era "padrone di tutti gli altri. Poiché, se tutti sono eguali per natura, a tutti spettano necessariamente pari diritti" e quindi il governante (lui) deve essere migliore (più giusto moralmente) dei governati. In parallelo, Giuliano scrisse anche opere filosofiche, tra le quali spiccava un trattato-commedia sulla barba, metafora della sapienza antica e pagana contrapposta alla rigidità cristiana (Giuliano portava la barba da filosofo come nell'antica Grecia, pratica al suo tempo vista di mal occhio dai cristiani).
Dal punto di vista amministrativo, il nuovo imperatore promosse una politica volta allo sfoltimento della burocrazia, alla costruzione di strade e opere pubbliche e al benessere dei più poveri abbassando prezzi del grano, senza scontentare le classi dirigenti, alle quali elargì cariche pubbliche. Si batté in prima linea per la separazione della fede cristiana dalle carriere di insegnamento, sostenendo la duplicità della romanitas e dell'ellenismo come condizione base per la salute dell'impero. A tal proposito, nel 362 emanò un editto che sanciva l'incompatibilità tra la visione cristiana e quella ellenistica.
Dopo la sua morte in guerra nel 363, Giuliano venne ricordato in modo ambiguo per la sua fede pagana e il buon governo.
Gaetano Negri, L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico, Wentworth PR, 2016
21/08/2026