ARTICOLO DEL GIORNO

23/07/2026

SOS Vino

L'apocalisse mancata del vino italiano

Un agricoltore raccoglie l'uva dalla vite - Immagine generata con IA. 

Oggi siamo abituati a pensare al vino italiano come ad un prodotto dalla storia millenaria: in effetti è così, anche se molti non sanno che la produzione vinicola in Italia stava per scomparire. Dalla metà dell'Ottocento in poi, diverse malattie della vite rischiarono di eliminare la produzione di vino in Italia. La prima fu l'oidio (detta anche "mal bianco"), ma la più dannosa fu la fillossera, un "insetto in grado di provocare gravi danni alle radici e la conseguente morte della pianta"; il colpo di grazia, quasi definitivo, fu dato però dalla peronospera, una malattia che fece la sua comparsa nel 1887. Queste pesti vennero chiamate anche "pesti americane" perché provenivano dal continente americano; si può dire con una certa tranquillità che rappresentarono uno degli effetti negativi del commercio globale. Molti agricoltori in giro per l'Italia furono addirittura costretti a cambiare la destinazione d'uso delle proprie terre: un esempio è la città di Vignola, i cui vitigni - colpiti dalla fillosserra - furono poi sostituiti dalla ciliegia. Oggi la città di Vignola è famosa in tutto il mondo per la cerasicoltura. Infine, il vino italiano fu salvato grazie ad una tecnica che consisteva nell'impiantare innesti di vite americana, tecnica contestata forecemente in un primo momento dagli agricoltori italiani. Nel 1895, lo scienziato Ferdinando Vallese lanciò un vero e proprio grido d'allarme con cui esortò gli agricoltori ad adottare i portainnesti americani per salvare quel che restava della loro produzione vinicola: infatti, l'utilizzo del solfuro di carbonio - lo strumento principale per prevenire l'insorgenza di epidemie - non era più sufficiente e l'esempio che Vallese considerava come positivo era la Francia, dove grazie alla ricostruzione con viti innestate gli agricoltori erano riusciti a sconfiggere la fillossera. In Italia, i tempi di ricostruzione furono molto più lunghi rispetto alla Francia: negli anni '30 si parlava ancora dei danni causati dalla fillossera. Tuttavia, l'adozione di innesti americani salvò in ultima analisi la viticoltura italiana: come scrivono Grandi e Soffiati, "si può certamente comprendere l'attaccamento alle radici centenarie [...] ma senza innesti americani, e senza la chimica che ha contribuito a rendere la vite resistente a molte malattie, il vino italiano ed europeo non esisterebbe più".



Bibliografia:

Alberto Grandi e Daniele Soffiati, La cucina italiana non esiste, Milano, Mondadori, 2024, pp. 119-121.  

Autore:

Giacomo Tacconi - Dottore Magistrale Unibo 

Data di pubblicazione:
23/07/2026