ARTICOLO DEL GIORNO

09/10/2026

Gli Scipioni a processo

La discesa dell'Africano

Scipione strappa il registro spese davanti a Catone - Immagine generata con IA

All'inzio del II secolo a.C., Scipione era l’uomo più influente di Roma. Sconfitto Annibale, aveva ottenuto il cognomen ex virtute di Africanus. Grazie a vaste clientele e alleanze, dominava la politica, pur restando fedele alla Res Publica. Tuttavia, per i suoi meriti, dovette considerarsi superiore ai pari, utilizzando la sua gravitas per favorire parenti e alleati. Un esempio fu la guerra contro Antioco III di Siria. Nel 190 a.C. furono eletti consoli, grazie al suo patrocinio, il fratello Lucio e l’amico Lelio. Sebbene figurasse come legatus del fratello, Scipione dovette ricoprire un ruolo centrale nelle operazioni. Dopo la vittoria a Magnesia, Antioco fu costretto a versare un tributo di 15000 talenti, di cui 500 all'istante.

A Roma, Lucio celebrò il trionfo e assunse il cognomen di Asiaticus. Tuttavia non registrò all’erario i 500 talenti, sostenendo di averli impiegati per pagare le truppe. Gli avversari degli Scipioni ne approfittarono attraverso Catone. Già durante la questura in Africa del 204 a.C., al seguito di Scipione, ebbe contrasti con questi sulla gestione delle spese; l’ostilità verso l’Africano, acuita dal suo filoellenismo, lo rese il punto di riferimento dei suoi oppositori.

Il futuro censore spinse i tribuni a interrogare l’Asiatico sul denaro. L'Africano intervenne: portò il registro delle spese in Senato e lo strappò davanti ai presenti, indignato che gli fosse riservato un tale trattamento; lui al quale lo stato doveva la sua salvezza da Annibale. La curia non insistette, ma Catone portò il caso ai comizi tributi. Il tribuno Augurino propose una multa e, al rifiuto dell’Asiatico, l’arresto. Solo Tiberio Sempronio Gracco si oppose giudicando indegno incarcerare un dux vittorioso. Non sapremo mai come si risolse la questione: Livio afferma che l'Asiatico fu condannato a risarcire l'erario, mentre altri storici affermano che la questione si fosse risolta in un nonnulla al pari di processi simili dell'epoca; bastava che la credibilità degli Scipioni fosse stata minata. 

Successivamente, nel 184 a.C., Scipione venne accusato dal tribuno Nevio di aver concesso ad Antioco condizioni favorevoli, influenzato dalla prigionia del figlio Publio. Scipione evitò di rispondere nel merito e sviò ricordando che in quello stesso giorno aveva sconfitto Annibale. In seguito, probabilmente per evitare il processo, decise di relegarsi a Liternum (Lago Patria) fino alla morte (183 a.C.). Stando a Valerio Massimo, fece incidere sulla sua epigrafe la famosa frase: "Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes" (Ingrata patria, di certo non avrai le mie ossa). 



Bibliografia:

G. Brizzi, Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma, Laterza, Bari, 2009.

Plutarco, Vite Parallele. Aristide e Catone, Bur-Rizzoli, Milano, 2018.

Polibio, Storie, libri XIX-XXVII, Bur-Rizzoli, Milano, 2018.

Tito Livio, Storia di Roma, libri XXXIV-XXXV, Bur-Rizzoli, Milano, 1989.

Autore:

Alessandro Pagano - Dottore magistrale in Filologia Moderna

Data di pubblicazione:
09/10/2026