ARTICOLO DEL GIORNO

13/05/2026

Taiwan, 1945: “I cani vanno e i porci arrivano”

La restituzione di Taiwan alla Cina e l’incidente del 28 febbraio 1947

La filiale di Taipei dell'Ufficio dei Monopoli, occupata da una folla inferocita - Wikimedia Commons

Il 28 febbraio 1947, nell’isola di Taiwan, alcuni poliziotti, procedettero a sequestrare delle sigarette vendute illegalmente da una donna, la quale risultò ferita dalle forze dell’ordine. Quando si diffuse la notizia dell’incidente, gli abitanti insorsero con violenza contro i cinesi continentali, che governavano Taiwan. Vennero rimosse le insegne commerciali con gli ideogrammi che formavano la parola “Cina” e, in qualche caso, apparvero cartelloni in lingua giapponese con la scritta “Via i tiranni militari”. Si verificarono anche episodi di violenza, in cui la folla prese ad aggredire chiunque non riuscisse a rispondere in giapponese o in dialetto taiwanese.

Con il passare delle ore, le proteste si estesero a tutta l’isola. Il governatore militare di Taiwan, Chen-Yi, richiese, in segreto, rinforzi dalla terraferma,  che giunsero l’8 marzo 1947. I soldati aprirono il fuoco sulla popolazione; pochi giorni dopo l’ordine era completamente ristabilito. Le rappresaglie presero di mira chiunque potesse rappresentare una minaccia per il regime: insegnanti, medici, avvocati e studenti.

Alla base dell’incidente del 28 febbraio, vi era la crescente insofferenza degli isolani nei confronti dei nuovi occupanti. All’inizio del passaggio di Taiwan dal Giappone alla Cina, i taiwanesi accolsero la ritrovata madrepatria con comitati di benvenuto e festeggiamenti, ma presto si ricredettero. Il divario socioeconomico, l’autoritarismo di Chen-Yi e la corruzione diffusa tra i continentali fecero crescere le tensioni tra i governati e i governanti.

Durante la colonizzazione giapponese (1895-1945), i taiwanesi subirono molte forme di discriminazione, ma conobbero anche un notevole sviluppo economico. Quando i primi soldati cinesi giunsero sull’isola nel 1945, gli abitanti rimasero stupiti di quanto le truppe cinesi fossero rozze, poco disciplinate e sporche; la maggior parte di quegli uomini proveniva dalle zone rurali della Cina, immensamente meno industrializzate rispetto a Taiwan.

Ad aumentare l’insofferenza della popolazione contribuivano i rastrellamenti dei beni privati dei taiwanesi. I burocrati cinesi cercavano di arricchirsi tramite requisizioni di beni, spacciate come lasciti dei colonizzatori nipponici. I taiwanesi arrivarono a coniare il detto “i cani vanno e i porci arrivano”. Ciò a cui si riferivano era che i giapponesi, cioè i cani, benché incutessero timore, rispettavano i beni locali; i cinesi, invece, cioè i porci, non avevano nulla da offrire e razziavano qualunque cosa.



Bibliografia:

Antonio Fiori, l’Asia orientale: Dal 1945 ai giorni nostri, Il Mulino, 2011

Autore:

Gianluca Ravasi - Laureato Magistrale - Ca' Foscari

Data di pubblicazione:
13/05/2026