L’Esercito Segreto dell'Italia della Guerra Fredda
Operazione Gladio
Nata nel dopoguerra come rete segreta di resistenza in caso di invasione sovietica, Gladio rimase nell’ombra per decenni. Quando nel 1990 Andreotti ne ammise l’esistenza, l’Italia scoprì che accanto alle istituzioni ufficiali era esistito un esercito parallelo, addestrato e armato. Difesa o ingerenza nella politica interna? Ancora oggi Gladio resta uno dei grandi misteri della Guerra Fredda - Immagine generata con IA
Quando nel 1990 Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, pronunciò davanti al Parlamento la parola “Gladio”, l’Italia scoprì di avere vissuto per decenni con un segreto di notevole portata. Fino a quel momento, “Gladio” era stato un nome conosciuto soltanto da pochi addetti ai lavori: indicava una struttura clandestina, creata durante la Guerra Fredda, che avrebbe dovuto entrare in azione nel caso di un’invasione sovietica.
Per capire perché nacque, bisogna tornare indietro al dopoguerra. L’Europa era divisa in due blocchi e l’Italia, caratterizzata da una forte presenza comunista e politicamente fragile, era considerata un anello debole della catena occidentale. A Washington e a Bruxelles c’era il timore che l’Armata Rossa potesse dilagare verso il Mediterraneo, oppure che il Partito Comunista Italiano, all’epoca il più forte d’Europa occidentale, potesse arrivare al potere. L’idea era quindi quella di creare reti segrete di resistenza, pronte a combattere le forze comuniste. In questo quadro nacque Gladio, formalmente sotto il controllo della NATO ma gestita in Italia dal SIFAR (poi SID e SISMI). I membri erano civili e militari addestrati in basi speciali, come quella di Capo Marrargiu in Sardegna, e ricevevano istruzioni su tecniche di guerriglia, sabotaggio e comunicazioni clandestine. Nascosti in varie località del Paese, erano stati predisposti depositi segreti di armi, esplosivi e trasmettitori radio, da usare nel caso in cui l’Italia fosse caduta sotto occupazione.
Per anni Gladio rimase nell’ombra. Poi, negli anni Settanta e Ottanta, la crescente violenza politica e il terrorismo fecero emergere sospetti inquietanti: alcuni magistrati e giornalisti ipotizzarono che la struttura avesse avuto un ruolo nella cosiddetta “strategia della tensione”, cioè nell’uso della paura e della violenza per condizionare la vita democratica. Il nome di Gladio cominciò a comparire nelle inchieste sulle stragi, alimentando dubbi e teorie contrastanti. Quando Andreotti nel 1990 ammise ufficialmente la sua esistenza, la notizia fece scalpore. Per l’opinione pubblica fu uno shock: per decenni, accanto alle istituzioni ufficiali, era esistita una rete parallela di uomini armati, addestrati e segreti. Nacquero subito polemiche: era stata davvero solo una struttura difensiva, come sostenevano i suoi responsabili, o aveva avuto anche un ruolo interno nella politica italiana?
In ogni caso, la parola “Gladio” continua a evocare l’idea di un mistero irrisolto. Un ricordo che ci ricorda come la Guerra Fredda non sia stata combattuta solo sui fronti ufficiali.
Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia: Dal fascismo all’intelligence del XXI secolo,Torino, Sperling & Kupfer, 2010.
Paolo Cucchiarelli e Aldo Giannuli, Lo Stato parallelo. L’Italia «oscura» nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi, Roma, Gamberetti, 1997.
Toniatti Francesco
Master of Arts in International Relations - University of Leiden
Master of Arts in History and Oriental Studies - University of Bologna
Former History Teacher - International European School of Warsaw
08/05/2026