Gli ultimi giorni di un impero
La disgregazione e la fine dell'Impero Austro-Ungarico
La divisione amministrativa dell'Impero Austro-Ungarico fu sancita nel 1867. La metà austriaca, dipendente da Vienna, includeva l'Austria, il Tirolo, la Boemia, la Moravia e la Galizia. La metà ungherese, con capitale Budapest, includeva l'Ungheria, la Transilvania, la Croazia, la Slovacchia e parte della Serbia. La Bosnia, essendo stata annessa ufficialmente solo nel 1908, era una sorta di corpus separatum, amministrato congiuntamente dalla due metà dell'Impero. - Commons Wikimedia
Nel corso della Prima Guerra Mondiale, il consenso e la legittimazione dell’Impero Austro-Ungarico agli occhi dei suoi cittadini e dei suoi popoli, si sgretolò. Con l’inizio del conflitto, infatti, soprattutto nella metà austriaca, venne imposto un regime militare e poliziesco caratterizzato dalla soppressione delle libertà individuali, dal controllo della stampa e dalla sorveglianza dei gruppi etnici potenzialmente traditori. Vennero infatti sottoposti a particolare repressione i rumeni della parte ungherese dell’Impero, gli italiani di Trento e Trieste e soprattutto i serbi dei Balcani. Le autorità incoraggiarono la popolazione a denunciare ogni sospetto di collaborazionismo e ostilità alla guerra, generando un clima di sospetto reciproco e paranoia. Inoltre, a causa del blocco del commercio imposto dalle flotte dell’Intesa nell’Adriatico e della necessità di rifornire gli eserciti, ai cittadini dell’Impero fu imposto, già all’inizio del 1915, un duro razionamento alimentare, anche per beni come il pane e le patate. Le autorità si dimostrarono spesso inefficienti nell’organizzare la distribuzione dei generi alimentari, e la quantità di cibo ricevuta dai cittadini era solitamente inferiore rispetto a quella promessa. Infine, verso la fine del 1918, anche le sorti belliche volgevano al peggio. Tutto ciò esacerbò il malcontento della popolazione, favorendo la propaganda e le attività dei nazionalisti locali. Già nell’estate del 1918, le forze dell’Intesa si erano espresse in favore della creazione della Cecoslovacchia, della Polonia e della Jugoslavia. L’imperatore Carlo tentò in extremis di salvare l’Impero promettendo la creazione di uno stato federale che avrebbe assicurato ampia autonomia a tutti i popoli che avrebbero continuato a farne parte. La proposta fu ignorata dai più, visti anche i proclami del presidente americano Wilson in favore dell’autodeterminazione dei popoli. Nel mentre, tra l’ottobre e il novembre del 1918, i capi di partito e i delegati cecoslovacchi, rumeni, polacchi, sloveni e croati avevano creato organismi di governo e parlamenti che si rifiutavano di continuare a rispondere a Vienna o a Budapest. In città come Bratislava e Praga i simboli del potere asburgico, come le aquile imperiali, le statue di Maria Teresa e quelle di Radetzky, furono abbattuti. La metà austriaca dell’impero si ridusse alla sola Deutschosterreich (Austria tedesca), privata del Sudtrol e di altri territori germanofoni, mentre l’Ungheria perse ampi territori in favore dei rumeni, dei cecoslovacchi e degli jugoslavi. Era la fine dell’Impero asburgico.
Pieter M. Judson, L'impero asburgico. Una nuova storia, Keller editore, 2021
14/03/2026