La Firenze apocalittica del Decameron
Magnifica testimonianza oculare di Boccaccio sulla peste del 1348 a Firenze
"Trionfo della Morte" Galleria regionale di Palazzo Abbatellis, Palermo: Wikimedia
Nel Marzo del 1348, a Firenze arriva una malattia, proveniente dall’Oriente, sconosciuta. La città conta, indicativamente, novantatremila anime secondo le stime di Giovanni Villani. Alla fine del mese di Settembre dello stesso anno, ne saranno morte dalle 15 mila, secondo le stime più positive del prima citato Villani, fino ai tre quinti, per le stime più pesanti come quella di Matteo Villani.
Questo capitolo della storia fiorentina medioevale, oscuro e tragico, può essere illuminato dalla interessantissima testimonianza oculare di Giovanni Boccaccio nel suo Decameron. Lo scrittore, infatti, ci dona uno scritto di imprescindibile valore storico, in cui ci delinea i tratti di una Firenze a dir poco apocalittica. In esso comincia subito a raccontarci come la Peste che è arrivata in Europa, la quale presenta come sintomi la comparsa di bubboni, o "gavoccioli", e la morte dopo tre giorni di malattia, sia diversa da quella riscontrata in Asia, che si presentava con forti perdite di sangue da naso e bocca.
La parte più interessante della testimonianza boccacciana è quella riguardante le reazioni della popolazione fiorentina alla elevatissima mortalità della malattia. C’è chi scappa subito dalla città e si rifugia nel cibo e nel vino, come d’altronde fanno i personaggi del Decameron, e chi, invece, comincia a girovagare per la città in perenne stato di ubriachezza. La disperazione porta al continuo spuntare di dottori improvvisati, i quali sostenevano l’invenzione di cure miracolose che, ovviamente, si dimostravano sempre inefficaci.
Le regole sociali vanno scemando e gli infermi muoiono abbandonati dai propri familiari, non trovando neanche la pace in una degna sepoltura, in quanto, ormai, i funerali e le sepolture si fanno in fretta e furia e in riti comuni, testimoniando una situazione vissuta in modo estremamente disperato.
Boccaccio chiude la sua testimonianza raccontando gli effetti subito postumi alla pestilenza. Le proprietà che vengono abbandonate dai proprietari morti sono ereditate da meno persone rispetto a quante le possedessero in precedenza, creando una situazione di ottimismo e abbondanza per i sopravvissuti.
Aliberto Benigno Falsini, Firenze dopo il 1348. Le conseguenze della peste nera (Italian Historical Archive, Vol. 129, No. 4 (472) (1971), pp. 425-503)
Giovanni Boccaccio, Decameron a cura di Vittore Branca, Einaudi, 2014
16/05/2026