ARTICOLO DEL GIORNO

10/10/2026

L’ultimo tentativo di ritorno al centrodestra negli anni Settanta

Storia della formazione del governo Andreotti Malagodi

Andreotti giura davanti al Presidente della Repubblica Leone in occasione della nascita del suo secondo governo - giulioandreotti.org

Il periodo successivo al 1968 fu contrassegnato da spinte contrapposte sia nella società che all’interno della Dc. Le spinte verso sinistra, favorite dalle mobilitazioni studentesche e operaie e dal ciclo riformista in Parlamento, vennero seguite da eventi destabilizzanti come l’attentato di Piazza Fontana e il fallito Golpe Borghese. Inizialmente nella Dc prevalse la linea di Aldo Moro, quella di arrivare a un dialogo stabile con il Pci, così il partito si spostò a sinistra ed Andreotti venne emarginato ed escluso dai governi. Successivamente, nel 1971, venne nominato segretario della Dc Arnaldo Forlani, che assunse un orientamento tendente verso destra, segnalato dalla scelta di eleggere Giovanni Leone Presidente della Repubblica che battè la concorrenza di Moro. 
I repubblicani, contrari alla svolta “neocentrista” della Dc, abbandonarono il governo e il presidente Colombo si dimise. Un nuovo governo formato da Andreotti non ottenne la fiducia in Parlamento, perciò Leone sciolse le camere ed indisse nuove elezioni, che non modificarono i rapporti di forza.

Da parte democristiana si lasciava aperto il campo a diverse soluzioni. Si pensò di aprire a tutte le forze democratiche, dal Pli al Psi, non privilegiando più la formula del centro-sinistra. Leone reincaricò Andreotti, che iniziò a sondare i partiti ma ottenne un rifiuto del Psi ad entrare in coalizioni con la presenza liberale. Egli ne prese atto, ma trovò Moro contrariato, deciso a proseguire l’alleanza coi socialisti. Moro venne sconfitto e si formò il cosiddetto governo Andreotti-Malagodi (chiamato così per il vivace ruolo dei liberali), formato da ministri democristiani, liberali e socialdemocratici ed ottenne l’appoggio esterno dei repubblicani. Non vi parteciparono le componenti della sinistra democristiana e Moro lasciò con rammarico il ministero degli Esteri, affidato a Giuseppe Medici (Dc). La scelta di Andreotti fu l’unica possibile in quel frangente, per arginare uno scivolamento di voti della Dc verso destra ed evitare uno scontro troppo deciso con le sinistre. Egli non chiuse la porta al Psi, considerato «il partito che ha ritenuto di escludersi, con una pregiudiziale, da questo sforzo comune», ma respinse ogni ipotesi di intese con il Pci, ribadendo anche «l’avversione al fascismo, ideologica ed operante» e l’intolleranza «verso forme involutive o verso pericoli di qualunque genere per la democrazia». Ottenne così la fiducia dalle camere, ribadendo che il processo di unificazione europea «continuava a costituire il cardine della politica estera italiana».



Bibliografia:

A cura di M. Barone, E. Di Nolfo, Giulio Andreotti. L'uomo, il cattolico, lo statista, Rubbettino, 2010.

Autore:

Diego Monaci

Data di pubblicazione:
10/10/2026