ARTICOLO DEL GIORNO

11/03/2026

Il “poema della quotidianità”.

L’umile e il sublime nella Chanson de Guillaume.

Guglielmo combatte da solo contro i Saraceni. - Immagine generata con IA

Quando si parla di chansons de geste, è inevitabile che la mente corra subito alla Chanson de Roland, al suo raffinato equilibrio compositivo, al mirabile eroismo dei suoi protagonisti e ai nobili ideali di fede e lealtà che la animano. Tuttavia, non bisogna pensare che sia questo il modello a cui si attengono tutte le chansons. Sotto il sublime, spesso si nasconde l’umile. La Chanson de Guillaume è un poema epico francese composto attorno al 1140 e conservato in un unico manoscritto, prodotto in un ambiente culturale anglo-normanno. La storia è incentrata sullo scontro armato presso la piana dell’Archamp tra i Saraceni e il prode cavaliere Guglielmo d’Aquitania, figura storicamente attestata e legata a Ludovico il Pio. In realtà, nella prima parte del poema non è Guglielmo a combattere, bensì la generazione più giovane dei guerrieri francesi, con in testa il coraggioso Viviano, nipote di Guglielmo. Morti valorosamente in battaglia pressoché tutti i giovani, Viviano compreso, Guglielmo è costretto a impegnarsi nel conflitto e, con l’aiuto del gigante Rainouart, riesce a sbaragliare l’esercito degli infedeli. Ciò che colpisce il lettore è come il poema restituisca un’immagine della guerra ben diversa da quella a cui la poesia epica ci ha abituati. Nella Chanson de Guillaume i comandanti non offrono alle proprie truppe discorsi infarciti di retorica ciceroniana, né i suoi eroi rasentano lo status di creature semi-divine. Al contrario, vengono minuziosamente descritte la fatica, l’arsura, la fame, la sete, ma anche la paura, la disperazione, le reazioni naturali del corpo di fronte al terrore: non è solo il sangue dei nemici a ricoprire i guerrieri, ma anche i propri escrementi. In una scena memorabile, il giovane Girard, spossato dalla stanchezza, anti-eroicamente arriva a gettare via la lancia, lo scudo, l’elmo, e finisce per usare la spada come bastone per appoggiarsi nella sua lunga marcia a piedi sotto il sole cocente. Un “poema della quotidianità”, dunque, che si rifiuta di edulcorare ciò che realmente doveva essere l’esperienza di andare in guerra ai tempi dei Carolingi.



Bibliografia:

A. Fassò (a cura di), La Canzone di Guglielmo, Carocci, Roma 2007.

Autore:

Marco Vittorio Pezzolo

Data di pubblicazione:
11/03/2026