Il potere della parola a Roma
Come iniziare una carriera politica
Cicerone arringa in senato - Immagine generata con IA
Tra i requisiti imprescindibili — accanto alle competenze militari e alle risorse finanziarie — per intraprendere una carriera politica di successo nella Roma repubblicana, spiccava la padronanza dell’oratoria, ovvero l’arte del discorso pubblico. Quest’ultima era strettamente connessa alla retorica, disciplina finalizzata alla persuasione delle masse.
Ogni aspirante statista romano era tenuto a ricevere una formazione specifica in tali ambiti e — laddove le disponibilità economiche lo consentissero — poteva recarsi nell’Ellade alla ricerca dei maestri più autorevoli della materia (e, naturalmente, per padroneggiare al meglio la lingua greca, idioma franco del Mediterraneo antico); tra gli insegnanti più noti vi era Apollonio Molone, maestro di Cicerone e di Cesare. Non a caso, oratoria e retorica ebbero origine proprio nel mondo ellenico, in particolare ad Atene, come riporta Cicerone nel Brutus, dialogo di ispirazione platonica in cui l’autore traccia una storia dell’eloquenza dagli inizi fino a sé stesso (considerandosi appunto l'apice), composto durante la dittatura di Cesare.
Il banco di prova per un politico alle prime armi era rappresentato dall’attività forense, cioè dall’assunzione del ruolo di accusatore o difensore in procedimenti giudiziari di rilievo, con l’intento di conquistare visibilità e prestigio: i processi, infatti, erano pubblici e il nome dell’oratore restava sulla bocca di tutti. Fu così che Cicerone iniziò la propria carriera grazie alla fama derivata dall’accusa contro il propretore Gaio Verre, imputato de repetundis (concussione). Bisogna tuttavia sottolineare che, qualora l’accusato fosse stato cliente di qualche personaggio influente, ciò avrebbe potuto costituire un serio pericolo per l’accusatore; per questo motivo la scelta degli incarichi doveva essere attentamente ponderata.
Se durante l’età repubblicana tali pratiche conservarono una rilevanza centrale — raggiungendo il loro apice nel periodo delle guerre civili, non a caso quello in cui emerse la figura dell’oratore di Arpino —, la medesima centralità venne meno in epoca imperiale. Il potere, ormai accentrato nella figura dell’imperatore, precludeva infatti il confronto politico diretto, relegando oratoria e retorica a strumenti per la gestione di controversie private o a semplici manifestazioni di prestigio individuale; è significativo, a tal proposito, che l’Institutio oratoria di Quintiliano, pur proponendosi come un manuale per la formazione dell’oratore, fosse soprattutto un trattato pedagogico scritto per l’educazione dei nipoti di Domiziano.
Marco Tullio Cicerone, Bruto, Bur-Rizzoli, Milano, 1995.
Plutarco, Vite Parallele. Demostene e Cicerone, Bur-Rizzoli, Milano, 1995.
Quintiliano, Insitutio Oratoria, Einaudi, Torino, 2001.
Tacito, Dialogo sull'oratoria, Bur-Rizzoli, Milano, 1993.
28/09/2026