Una città di immigrati
L'immigrazione nella Roma dei papi tra '500 e '600
Illustrazione della città di Roma nel '500 realizzata dal cartografo tedesco Sebastian Münster (1488-1552). L'aspetto urbanistico della città era in continua evoluzione, cosa che rendeva Roma una città perennemente piena di cantieri e lavori in corso. - Commons Wikimedia.
Nel corso dell’età moderna, la popolazione della città di Roma crebbe costantemente, passando da poco più di 50 mila abitanti a inizio ‘500 a oltre 100 mila a inizio ‘600. La crescita della popolazione era dovuta soprattutto all’immigrazione: la Roma dei papi è stata infatti descritta come una “città di immigrati”, poiché attraeva costantemente nuovi abitanti, non solo dal resto dello Stato della Chiesa ma anche dagli altri stati italiani, dal resto dell’Europa e addirittura da altri continenti. Il principale fattore attrattivo era rappresentato dalla corte papale e dalla curia cardinalizia: molti aristocratici italiani, provenienti soprattutto da regioni del centro-nord come l’Emilia, la Romagna e le Marche, si trasferivano nella città con l’obiettivo di fare carriera e accedere ai vertici della Chiesa e dell’amministrazione dello stato. Vi era poi un’immigrazione composta da scultori, pittori e architetti dovuta al mecenatismo e alla committenza, sia pubblica che privata. Basti pensare al toscano Michelangelo e all’urbinate Raffaello, che si stabilirono nell’urbe a inizio ‘500 su invito di Giulio II. Le numerose biblioteche presenti nella città attiravano inoltre numerosi studiosi ed eruditi, non solo italiani ma anche europei. Gli stranieri più numerosi nella città erano i francesi e gli spagnoli, molti dei quali erano diplomatici presso le proprie ambasciate, ma vi erano anche tedeschi, polacchi e anche alcuni inglesi, principalmente cattolici fuggiti dal proprio paese. Sempre per motivazioni religiose, nel 1655 anche la regina Cristina di Svezia, convertitasi al cattolicesimo, si stabilì a Roma. Anche la presenza di collegi attirava numerosi studenti da altri paesi. In particolare, il Collegio Urbaniano, fondato nel 1627, accolse anche studenti indiani e africani con l’obiettivo di formarli come missionari da rimandare nei propri paesi. Un altro fattore che spingeva molte persone a stabilirsi a Roma era la garanzia dell’assistenzialismo e della sicurezza alimentare. Erano infatti presenti diversi ospedali e ospizi, e il governo pontificio assicurava un costante afflusso di grano e carne verso la città, controllando le esportazioni e calmierando i prezzi. L’eterogeneità della popolazione contribuiva a rendere Roma una "babele linguistica”: la corte papale scriveva e parlava in latino e talvolta nel toscano colto, mentre il popolo si esprimeva in dialetto romanesco, nel toscano comune o in altre parlate dialettali. Inoltre, il fatto che ad immigrare fossero essenzialmente uomini faceva sì che la popolazione della città fosse in prevalenza maschile.
Stefano Tabacchi, Lo Stato della Chiesa, il Mulino, 2023
22/05/2026