L'italianizzazione della Venezia Giulia
L'approccio fascista alle terre irredente multilingue
Esempio di volantino atto a intimorire la popolazione non italofona - Wikimedia
Con la vittoria del Regno d'Italia nella Prima guerra mondiale si era potuto avverare il sogno irredentista di allargare il confine nazionale verso est, in quelle terre che storicamente erano state governate da secoli da parte del multietnico governo austriaco prima e austroungarico poi. Questi territori erano sì caratterizzati da una massiccia presenza italiana, ma questa si presentava in modo così chiaro e fuggevole da ogni dubbio nei contesti urbani, soprattuto in quelle grandi città di mare come Trieste, Pola e Zara, discendenti dirette dell'espansione marittima veneziana di età medievale e moderna. Per quanto riguardava, invece, i territori rurali, la situazione cambiava drasticamente, vedendo una componente slavofona di molto superiore rispetto a quella italofona e di cultura italiana.
Dopo l'annessione al Regno d'Italia la situazione era tutta da risolvere rispetto ai possibili scontri che si sarebbero potuti avverare in un contesto sociale così complesso e che adesso si trovava sconvolto dall'arrivo di un nuovo padrone. Come risposta a questa problematica, il governo fascista fece della slavofobia uno dei capisaldi della propria agenda politico-culturale, aggredendo pian piano ciò che era la cultura slava nella Venezia Giulia a partire dal bando degli insegnamenti in sloveno e in croato con la riforma scolastica di Gentile nel 1923 e continuando con la modifica di toponimi e cognomi, in modo da italianizzarli.
In linea teorica queste italianizzazioni sarebbero dovute servire a ridare la forma originaria italiana o latina - a seconda del nome analizzato - ai termini che avevano già di per sè quella origine, ma nella realtà dei fatti si cominciò ad avanzare pretese di italianizzazione anche su cognomi e toponimi di chiara origine slava. Per questo abbiamo perso il significato originario di molti di questi. Basti pensare ad esempi di cognomi come Kmet (contadino) che diventa Meti o Knez (conte) che diventa Nesi.
Non c'è da stupirsi di questa politica in tal modo repressiva verso le minoranze linguistiche locali, sia perchè già il fascismo - grazie all'apporto del teorico Ettore Tolomei che aveva promulgato le leggi per l'assimilazione linguistica di Bolzano - aveva già avuto questi atteggiamenti in altre regioni d'Italia, sia perchè la Venezia Giulia era stata la culla dello squadrismo fascista come noi lo conosciamo, con l'incendio dell'Hotel Balkan a Trieste, sede di una casa del popolo e di un giornale slavofono, celebre per essere il primo vero e proprio episodio di terrorismo squadrista.
Raoul Pupo, Adriatico Amarissimo, Laterza, 2021
17/10/2026